1.

Giro per la stanza con la sua maglietta rossa, quella che mi arriva alle ginocchia.

Mi guardo intorno. Poster sbiaditi, locandine di qualche vecchio film. I vinili sparsi sul pavimento accanto a due calici di vino ormai vuoti. Il disco dei Doors che abbiamo ascoltato ieri notte è ancora nel giradischi. Qualche libro sugli scaffali, una tela vuota appoggiata alla parete.

C’è odore di vernice, di sudore, di lenzuola pulite, di umori e caffè. Il sole che filtra dalla persiana semichiusa disegna due righe sul parquet. Lo sento armeggiare in cucina, l’aroma forte arriva dalle scale.

Scendo piano, in silenzio: non voglio essere la nota stonata di quel momento sacro e personalissimo che è il primo mattino. Quei lunghissimi minuti in cui i pensieri sono ancora in disordine, sbiaditi, leggeri, quando la vita ancora non esiste. Quando basta un suono fuori posto per distruggere la meravigliosa bolla rosa in cui si è ancora immersi.

Vietato parlarsi, è questa la regola. Non prima del secondo caffè.

Mi siedo sull’ultimo scalino, mi fermo a guardarlo. E’ girato di spalle, ha una schiena bellissima e un culo niente male, evidenziato dal pantalone grigio chiaro della tuta. Ha la stessa maglietta bianca che gli ho tolto ieri sera. Sembra immerso nei pensieri, toglie dal fuoco la moka e immerge due cucchiaini colmi di zucchero nel caffè. Mescola, piano, poi lo versa in due tazze, una gialla, l’altra rossa. Un piccolo gesto che sa di casa. Fa uno strano effetto poter osservare qualcuno mentre si muove nel proprio habitat, studiarne le abitudini, percepirne i gesti. E’ estremamente intimo, quasi invadente. Come guardare un documentario sulle abitudini sessuali dei paguri alla tivvù.

Da qualche parte avevo letto che i paguri più piccoli portano conchiglie più grandi e pesanti rispetto ai paguri più grossi. Per proteggersi meglio, credo. Perché hanno più paura. Abbelliscono quelle grandi conchiglie con anemoni dai tentacoli urticanti, e se ne vanno in giro così. Perennemente sulla difensiva. Pronti a ritirarsi nel loro bellissimo fortino. Sono carini, i paguri. Non sono tanto diversi da certi esseri umani.

Persa in divagazioni degne di un Piero Angela de’ poveri, continuo a fissare la sua schiena. Ora tende le braccia in alto, piega la testa da un lato, si stiracchia. Sbadiglia forte, poi si gira, mi vede. Fa un’espressione buffa, quasi confusa, ma dura soltanto un secondo. Sorride.

“Sembri un gatto seduta così”

“Miao”

“Ti stavo portando il caffè”

“A letto?”

“A letto.”

Mi prende la mano e mi spinge su per le scale, senza fretta, come un’abitudine.

“E il caffè?”

“Dopo.”

“Dopo.”

2 risposte a "1."

Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: