Di vite mai vissute, rimpianti, rinascite.

(…) Volevo solo raggiungere l’altra parte del burrone, correre oltre il dolore. Superarlo in fretta, dimenticarlo, lasciarmelo alle spalle: ci sono cose peggiori, al mondo. È quello che continuavano a ripetermi tutti.

Si superano cose peggiori. Dopotutto, dimentichiamo in fretta ferite che all’inizio ci sembrano inguaribili, ferite dalle quali il sangue scorreva a fiumi, e di cui alla fine restano soltanto le cicatrici. E spesso svaniscono pure quelle.

Con questo pensiero ben impresso nella mente, avevo finito per negarlo, il mio dolore, fingevo non esistesse. Avrei dovuto guardarlo, invece, osservarlo da vicino. Sentirlo, capirlo, accettarlo…abbracciarlo, pure. Avrei dovuto piangere, urlare, esserne devastata. Cadere in fondo al pozzo e poi, alla fine, riemergere.

Invece, passavo le giornate a convincere me stessa, lui, tutti gli altri di stare bene.

Mi aggrappavo con ogni fibra del mio essere a qualsiasi altra cosa: persone, situazioni, problemi. Tutto, pur di non pensare. E ogni giorno in cui vivevo in questo modo, negavo una piccola parte di me.

Piccole parti di me lasciate a marcire. Piccole cose morte, esattamente come te.

Ma fuori, continuavo a sorridere. Fuori, andava tutto bene.

Ho scritto una lettera. O almeno, l’ho scritta pensando te, so che non la leggerai mai.

“Piccolo esserino – cominciavo – in realtà non so come chiamarti, perché non so che cosa sei. Cosa saresti stato. Non lo saprò mai. Chissà se tu sapevi dal principio di essere uomo, o donna. Mi dispiace. Mi dispiace averti desiderato tanto e poi averti abbandonato. Mi dispiace aver deciso di rinunciare a te. Le mie erano ottime ragioni, ragioni adulte, mature, converrai con me. Convieni, bambino? Oppure avresti preferito vivere?

A volte penso che io e te da soli ci saremmo bastati. Io, per la tua felicità, sarei bastata. O forse no? Forse sapevi che non sarei stata abbastanza, per questo hai deciso di suicidarti?

Sapevi che non ero pronta? Oppure non eri pronto tu? Magari entrambe le cose, o magari ad ucciderti sono stata io. Ma tanto, avrei dovuto farlo comunque no? Non so perché la cosa mi sconvolga tanto, adesso.

Sei stato concepito il 24 aprile, lo sapevi? Ora dovresti assomigliare a un pesciolino, avresti un accenno di braccia, di gambe, un cervello enorme ed un piccolo cuore. Dovrei poterlo già sentir battere, forte forte. E invece dove sei, bambino? Probabilmente in fondo al water, insieme ai litri di sangue che si sono riversati furi dal mio utero negli ultimi tre giorni. Avrei voluto vederti, almeno una volta. Ti avrei riconosciuto? Probabilmente no. Probabilmente saresti stato una macchiolina informe su uno schermo nero ed io non avrei provato niente per te.

Hai sofferto? Spero proprio di no.

Per un attimo ci ho pensato davvero, a noi, sai? Che io e te potevamo farcela anche da soli. Ma cosa avrei potuto darti? Non ho niente. Non riesco a dare niente neppure a me stessa. Saresti stato un mezzo per non sentirmi più sola. Qualcuno che mi avrebbe amata, per una volta nella vita, incondizionatamente, senza riserve. Saresti venuto al mondo per il mio egoismo. Sarebbe stato giusto? Oppure era più giusto decidere di negarti la vita? Non lo so, e ormai è troppo tardi: hai deciso tu per me.

Ed io sono di nuovo sola, di nuovo non amata, e sto parlando al nulla adesso.

Chissà se hai mai sentito la mia voce. Mi hai mai percepita come la tua mamma? Mamma. Che parola assurda.

Siamo stati a Roma insieme, sai? C’eri già al mio compleanno, e pure alla festa della mamma. È buffo, no?

Sono stata io a farti questo, bambino? Mi sono stancata troppo, ho bevuto troppo vino, preso medicinali che ti hanno fatto male, ti ho scombussolato troppo…è colpa mia se te ne sei andato?

Ma poi, sei mai stato qualcosa, qualcuno? O è come dice tuo padre, eri solo un uovo in cui non c’era nulla? Un fastidio passeggero, qualcosa che si è risolto da solo. Così ha detto.

Ma no, non ci credo. C’eri. Per qualche settimana, che adesso mi pare un’eternità, sei stato dentro di me. Mio. Hai vissuto insieme a me, ti sei svegliato con me, ci siamo addormentati insieme.

Ti avrei voluto bene, lo sai vero? Per tutti quelli che sanno di te, tu non sei mai stato niente: un puntino, qualcosa di invisibile, una cellula morta prima di poter diventare qualcosa. Ma io ti ho voluto bene, per un po’. Lo dico sottovoce, lo dico solo a te.

Domani devo ripetere le analisi, ed ho tanta paura. Ho paura di stare male, ho paura di avere la conferma che tu non ci sei più. So che è quello che dovrei augurarmi, che sarebbe meglio per tutti. Ma a me manchi, bambino. In un’altra vita, sarei stata felice di saperti con me. Avrei accolto con gioia la notizia che c’eri, e di sicuro non ti avrei lasciato andar via. Mi sarei presa cura di te. Di me e di te. Sarei stata una brava mamma, per te.

Ma tu promettimi che tornerai, un giorno. Dimmi che non eri pronto, che non lo ero io, ma che quando saremo pronti entrambi tu tornerai. Non smetto di pensarti, non smetto di sognarti, non smetto di volerti bene, piccolo esserino.

Un giorno mi stringerai il dito con la tua minuscola manina perfetta, ed il mondo acquisterà un senso nuovo e meraviglioso.

Ma per adesso addio. Avrei voluto stringerti tra le braccia, anche una volta sola. (Saresti stata bellissima, lo so.)”

(continua…)

3 risposte a "Di vite mai vissute, rimpianti, rinascite."

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